Rainer Maria Rilke, 1902

16 marzo 2011

Beobachter. Kontrolliert seine Beobachtungen. Sucht jeden Fall so zu erfassen, wie es dem Fall entspricht, ohne den einen Moment und seine Stimmung mit dem nächsten zu verbinden. Dagegen merkt er manche Zusammenhänge zwischen entfernten Ereignissen vorsichtig an.

Tagebuch Westerwede und Paris »

Osservatore. Cerca di cogliere ciascun caso come si conviene al caso, senza legare quel singolo momento, e la sua atmosfera, al momento successivo. Per contro mette cautamente in rilievo certe connessioni fra eventi distanti.

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Thomas Bernhard, 1963

6 marzo 2011

Quando mi appaiono, tutti quelli che conosco mi sembrano uguali. Anche quel che c’è dentro sembra sempre uguale, a chiunque appartenga. Dentro a tutti c’è la stessa cosa. È questo che mi ripugna.

Basta sentir pronunciare un certo nome e subito ci si ritrae. Ci viene presentato un uomo e subito vien chiusa la pratica che lo riguarda. Quest’uomo in seguito potrà dire ciò che vuole, non riuscirà più a tornar su dalla botola in cui lo abbiamo fatto precipitare, non potrà più uscirne.

Gelo »


Umberto Galimberti, 2006

22 febbraio 2010

Più la società diventa complessa e più i problemi che la tecnica ci pone sono sostanzialmente al di fuori della portata della competenza. Così la democrazia finisce per incompetenza e ha il sopravvento la retorica, dove io decido su base di appartenenza ideologica, credi generici, sensibilità emotive ma non per competenza.

Democrazia e retorica »


George Steiner, 2005

1 gennaio 2009

Il pensiero è incontrollato. Molto probabilmente è un fenomeno prelinguistico, una pulsione di energie psichiche che precede ogni articolazione precisa. Ma, rinchiusi nella grande prigione del linguaggio, non arriviamo mai ad alcuna nozione plausibile, e meno che mai «traducibile», di ciò che potrebbe essere il pensiero non detto o indicibile. Per quel tanto che emergono in parole, immagini, sogni o rappresentazioni simboliche, i livelli che la psicologia del profondo, come la psicoanalisi o l’ipnosi, identifica come subconsci, o inconsci, sono superficiali. Nella geofisica della psiche umana sono molto vicini alla crosta. E persino in superficie, il controllo è solo intermittente. In ogni momento, gli atti del pensiero sono soggetti a intrusioni. Una visione o un suono improvvisi, per quanto marginali, una qualunque esperienza tattile, un’ombra di noia o di stanchezza, il cuneo di un desiderio inaspettato, si possono appropriare di una risposta del pensiero. La fenomenalità sensibile può controllare e reindirizzare il pensiero quasi in ogni momento delle nostre vite. La maggior parte del volume di memoria e di oblio si situa ai margini sfumati del pensiero volontario.

Eppure, si osservi il paradosso. Questo nucleo inaccessibile della nostra singolarità, il più intimo, privato, impenetrabile dei nostri possedimenti è anche un luogo comune moltiplicato per miliardi. Benché espressi, detti o non detti, in forme lessicali, grammaticali e semantiche diverse, i nostri pensieri sono, in misura schiacciante, un universale umano, una proprietà comune. Sono stato pensati, sono pensati, saranno pensati milioni e milioni di volte da altri. Sono infinitamente banali e scoloriti. Merci usate. Sono prodotti da grande distribuzione etichettati dai luoghi comuni infinitamente reiterativi del nostro linguaggio, della nostra cultura, del nostro tempo e del nostro ambiente. Tutto ciò è una conseguenza inevitabile del linguaggio. Siamo nati all’interno di una matrice linguistica storicamente ereditata e condivisa. Ne segue che la vera originalità del pensiero, il pensare un pensiero per la prima volta è estremamente rara. È la forma verbale, non il contenuto, che dà un’impressione di novità. Ma non c’è assolutamente alcun modo di sapere, e tanto meno di provare, che quel pensiero non sia mai stato espresso prima, anche in una forma meno adeguata, difettosa o magari anche solo come un «borbottio». Può essere venuto in mente a uomini e donne subalfabetizzati o non alfabetizzati, ai sordomuti o ai cerebrolesi che molto semplicemente non ne hanno preso nota. «Originalità» è quasi sempre una variante o un’innovazione nella forma nei mezzi esecutivi, nei media disponibili.

Pensare è sommamente nostro; sepolto nella privatezza più intima del nostro essere. È anche il più comune, usurato, ripetitivo degli atti. Questa contraddizione non può essere risolta.

Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero »

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Italo Calvino, 1972

17 ottobre 2008

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello
che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a
molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento
continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno,
non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Le città invisibili »


François Jullien, 2006

19 settembre 2008

Al di sotto di ogni «divisione» va ricercato l’indiviso, proprio come al di sotto di ogni discussione va ricercato l’indiscusso: quel fondo di armonia silenziosa dai cui provengono tutte le divisioni – da cui provengono tutti i suoni – e che costituisce anche il loro fondo d’intesa, solo a partire dal quale esse si comprendono.

Portare l’attenzione a non focalizzarsi e, di conseguenza, favorire una «distensione» dell’apprensione: infatti è nella «disinvoltura» che risiede l’intelligenza.

Parlare senza parole »

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Franz Kafka, 1920

29 agosto 2008

Il mondo degli uomini confezionati è un inferno, una fossa di letame puzzolente, un nido di cimici.


Rainer Maria Rilke, 1910

18 luglio 2008

Quando si parla degli eremiti si presume sempre troppo. Si pensa che la gente sappia di cosa si tratta. No, non lo sa. Non ha mai visto un eremita, lo ha soltanto odiato senza conoscerlo. Sono stati i suoi vicini a logorarlo, e le voci nella stanza accanto a tentarlo. Hanno aizzato le cose contro di lui perché facessero rumore e lo soverchiassero. I bambini si coalizzavano contro di lui, perché era delicato e bambino, e ogni volta che cresceva cresceva contro i già cresciuti. Lo braccavano nel suo nascondiglio come una preda, e la sua lunga giovinezza non conobbe periodi di tregua. E se resisteva allo sfinimento riuscendo a fuggire, allora gridavano contro quanto veniva da lui, lo definivano brutto e lo rendevano sospetto. E se lui non vi prestava ascolto, diventavano più sfrontati e mangiavano il suo cibo e respiravano la sua aria e sputavano sulla sua povertà per rendergliela ripugnante. Gettavano su di lui il discredito come su un appestato e gli scagliavano addosso le pietre perché si allontanasse più in fretta. E avevano ragione, nel loro istinto primitivo: perché egli era davvero il loro nemico. Ma poi, vedendo che non alzava lo sguardo, cominciarono a riflettere. Sospettarono d’aver fatto, in questo modo, proprio la sua volontà; di averlo rafforzato nella sua solitudine e aiutato a isolarsi da loro per sempre. Allora cambiarono all’improvviso e ricorsero al mezzo ultimo, estremo, l’altro ostacolo: la fama. E a quel chiasso quasi tutti alzarono gli occhi e si lasciarono distrarre.

Ancora non capivo la fama, questa pubblica demolizione di un essere in divenire, nel cui cantiere la folla irrompe per scompaginargli le pietre. O giovane sconosciuto in cui cresce qualcosa che ti fa rabbrividire, rimani ignoto. E se ti contraddicono quelli che non ti considerano, se ti abbandonano quelli che tu frequenti, se ti vogliono annientare a causa dei pensieri che ami, cos’è questo rischio palese e rinsaldante paragonato alla scaltra ostilità della fama, che più tardi, diffondendoti, ti rende inoffensivo? Non pregare nessuno di parlare di te, neppure in tono dispregiativo. E se il tempo passa e ti accorgi che il tuo nome si è propagato tra la gente, non prenderlo più seriamente di quanto altro trovi sulle loro bocche. Pensa: è diventato scadente, liberatene. Scegline uno diverso, uno qualsiasi con cui Dio possa chiamarti di notte. E celalo a tutti. Tu, il più solitario, il più appartato, come hanno rincorso la tua fama. Quanto tempo è passato da quando erano contro di te, irriducibili, e ora
ti frequentano come un loro simile. E portano con sé le tue parole nelle gabbie della loro boria e le mettono in mostra sulle piazze e le aizzano
un po’ restando al riparo. Tutte le tue terribili belve.


Gilles Deleuze, 1980

11 luglio 2008

Un libro non ha né oggetto né soggetto, è fatto di materie diversamente formate, di date e di velocità molto differenti. In un libro, come in ogni cosa, ci sono linee di articolazione o di segmentarità, strati, territorialità; ma anche linee di fuga, movimenti di deterritorializzazione e di destratificazione. Non c’è differenza tra ciò di cui un libro parla e la maniera in cui è fatto. Il libro non ha più nemmeno oggetto. In quanto concatenamento, è se stesso solamente in connessione con altri concatenamenti, in rapporto con altri corpi senza organi. Non si domanderà mai quel che un libro vuole dire, significato o significante, non si cercherà niente da capire in un libro. Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire. Il libro non è un’immagine del mondo secondo una credenza radicata. Fa rizoma con il mondo, c’è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del
mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazione del libro, che si deterritorializza a sua volta in se stesso e nel mondo (se ne è capace
e se può farlo).


Hugo von Hofmannsthal,1895

27 giugno 2008

Certo, ci si sente turbati nel vedere così tanti uomini che disputano attorno ai concetti come cani attorno a un vecchio osso, e non si ha il coraggio di considerare tutta questa attività come se non fosse nulla.

Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé stante, un mondo del tutto indipendente, come il mondo dei suoni. Si può dire tutto quello che c’è, ma non si potrà mai dire qualcosa proprio così come è.