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George Steiner, 2005

1 gennaio 2009

Il pensiero è incontrollato. Molto probabilmente è un fenomeno prelinguistico, una pulsione di energie psichiche che precede ogni articolazione precisa. Ma, rinchiusi nella grande prigione del linguaggio, non arriviamo mai ad alcuna nozione plausibile, e meno che mai «traducibile», di ciò che potrebbe essere il pensiero non detto o indicibile. Per quel tanto che emergono in parole, immagini, sogni o rappresentazioni simboliche, i livelli che la psicologia del profondo, come la psicoanalisi o l’ipnosi, identifica come subconsci, o inconsci, sono superficiali. Nella geofisica della psiche umana sono molto vicini alla crosta. E persino in superficie, il controllo è solo intermittente. In ogni momento, gli atti del pensiero sono soggetti a intrusioni. Una visione o un suono improvvisi, per quanto marginali, una qualunque esperienza tattile, un’ombra di noia o di stanchezza, il cuneo di un desiderio inaspettato, si possono appropriare di una risposta del pensiero. La fenomenalità sensibile può controllare e reindirizzare il pensiero quasi in ogni momento delle nostre vite. La maggior parte del volume di memoria e di oblio si situa ai margini sfumati del pensiero volontario.

Eppure, si osservi il paradosso. Questo nucleo inaccessibile della nostra singolarità, il più intimo, privato, impenetrabile dei nostri possedimenti è anche un luogo comune moltiplicato per miliardi. Benché espressi, detti o non detti, in forme lessicali, grammaticali e semantiche diverse, i nostri pensieri sono, in misura schiacciante, un universale umano, una proprietà comune. Sono stato pensati, sono pensati, saranno pensati milioni e milioni di volte da altri. Sono infinitamente banali e scoloriti. Merci usate. Sono prodotti da grande distribuzione etichettati dai luoghi comuni infinitamente reiterativi del nostro linguaggio, della nostra cultura, del nostro tempo e del nostro ambiente. Tutto ciò è una conseguenza inevitabile del linguaggio. Siamo nati all’interno di una matrice linguistica storicamente ereditata e condivisa. Ne segue che la vera originalità del pensiero, il pensare un pensiero per la prima volta è estremamente rara. È la forma verbale, non il contenuto, che dà un’impressione di novità. Ma non c’è assolutamente alcun modo di sapere, e tanto meno di provare, che quel pensiero non sia mai stato espresso prima, anche in una forma meno adeguata, difettosa o magari anche solo come un «borbottio». Può essere venuto in mente a uomini e donne subalfabetizzati o non alfabetizzati, ai sordomuti o ai cerebrolesi che molto semplicemente non ne hanno preso nota. «Originalità» è quasi sempre una variante o un’innovazione nella forma nei mezzi esecutivi, nei media disponibili.

Pensare è sommamente nostro; sepolto nella privatezza più intima del nostro essere. È anche il più comune, usurato, ripetitivo degli atti. Questa contraddizione non può essere risolta.

Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero »

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