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Herman Melville, 1853

3 marzo 2006

Ritengo non esistano documenti per una completa e soddisfacente biografia di quest’uomo. È uno di quegli esseri, dei quali nulla è possibile accertare. Quanto i miei occhi attoniti hanno visto, questo è tutto ciò che so di lui. La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferisce immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi dietro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza. Mai parla se non per rispondere; quantunque a tratti abbia considerevoli lassi di tempo a sua disposizione, mai l’ho veduto leggere; per lunghi periodi egli resta all’impiedi innanzi alla sua pallida finestra oltre il paravento, guardando là fuori quel cieco muro di mattoni; sono abbastanza certo che mai abbia messo piede in un refettorio o trattoria, mentre il suo volto sbiadito chiaramente indica che mai abbia bevuto birra, o puranco tè o caffè, come gli altri uomini; che mai egli si rechi in alcun luogo particolare di cui possa aver notizia; che si è rifiutato di dirmi chi sia, e donde venga, e se abbia qualche parente al mondo; che, quantunque così scarno e pallido, mai abbia egli lamentato una cattiva salute. E, più di tutto, una certa, inconsapevole aria di sbiadita altezzosità, o piuttosto un austero riserbo, che mi ha positivamente impressionato sino a rendermi docile complice delle sue stranezze, in certi momenti in cui ho temuto chiedergli di fare per me la minima e più secondaria delle cose, ancorché sappia, da quei suoi lunghi stati d’immobilità, che dietro il suo paravento egli debba essere assorto in una di quelle sue trasognate soste innanzi al muro cieco.

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