Archive for the 'Kierkegaard' Category

Soren Kierkegaard, 1843

26 novembre 2007

Ripetizione e ricordo sono lo stesso movimento, tranne che in senso opposto: l’oggetto del ricordo infatti è stato, viene ripetuto all’indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo oggetto in avanti.

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Sören Kierkegaard, 1843

20 novembre 2006

Chi vive esteticamente non può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché egli vive sempre solo nel momento, e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di se stesso. L’esteta non possiede liberamente il suo spirito, manca di limpidezza. Così spesso si trovano degli animali in possesso di sensi molto più acuti, molto più intensi dell’uomo, ma sono legati all’istinto animalesco. Se uno vuole imparare l’arte di godere è giustissimo che vada da te, ma se desidera comprendere la tua vita, non si rivolge alla persona adatta. Tu sei imprigionato, ed è quasi come se tu non avessi tempo di staccarti, io non sono imprigionato nel mio giudizio né intorno all’estetica né intorno all’etica. Nell’etica infatti io mi sollevo sopra il momento e giungo alla libertà. [Invece,] chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di fuori dell’individuo, o è nell’individuo ma in modo da non essere posta per opera dell’individuo stesso. Una concezione di vita che che insegna: godi la vita, e si esprime così: godi te stesso; nel godimento devi godere te stesso. La condizione per il godimento è anche qui l’esteriore che non è in potere dell’individuo; benché egli goda se stesso, questo godimento è legato a una condizione esteriore. Una riflessione come questa ha di mira solo il finito, non è in grado di aprire la personalità. Si vive per ciò che immediatamente si è; poiché la riflessione non giunge mai tanto in alto, da oltrepassare questo limite. Suppongo che l’astuto epicureo possa ogni momento deliziarsi di stesso, che il cinico abbia sempre qualche bene da gettare lungi da sé per rallegrarsi della propria leggerezza – questo suppongo.

Ora voglio percorrere il cammino inverso. Nulla di tutto questo accade. E allora? Disperano. Una gran parte di uomini troverebbe che è il caso di disperare. Perché hanno scoperto che quello su cui avevano costruita la loro vita era effimero? Appare dunque che ogni concezione estetica della vita è disperazione, e che chiunque vive esteticamente è disperato, tanto se lo sa quanto se non lo sa. All’occasione ti sprofondi nella vita, e mentre in un momento ti abbandoni al godimento, nello stesso tempo ti rendi consapevole che ogni cosa è vana. Così sei costantemente al di fuori di te stesso, cioè nella disperazione. Questo fa sì che la tua vita sta tra due enormi contraddizioni: a volte hai una straordinaria energia, a volte una indolenza altrettanto grande. Ho notato nella vita che quanto più prezioso è il fluido col quale gli uomini si inebriano, tanto più difficile è la loro guarigione. Nessuna ebbrezza è bella quanto la disperazione, nessuna esercita tanto fascino. Essa dà un leggero tocco al portamento di tutto il corpo; lo sguardo diviene orgoglioso e ribelle; il labbro sorride arrogante. Essa dà una regale superiorità su tutto. Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche tu. Nella vita ti comporti come nella folla, ti spingi fino nel folto, cerchi, se possibile, d’esser buttato sopra gli altri, in modo da poter stare sopra. Ma quando la folla è dileguata, quando l’avvenimento è finito, ti trovi di nuovo all’angolo della via a guardare il mondo. Secondo le circostanze, lavori senza tregua. Ma quando è trascorso il tempo che tu consideri come il massimo, interrompi dicendo che ormai questa storia è finita. Fai credere a te stesso e agli altri d’avere persa la voglia, e ti lusinghi col vanitoso pensiero che avresti potuto continuare se solo ne avessi avuto voglia.

Ma questo è un tradimento colossale. Saresti riuscito a finire, ma nello stesso tempo avresti anche sperimentato che per far questo occorre un tutt’altro genere di sopportazione di quella che hai tu. Così hai deluso te stesso, e non hai imparato nulla per la vita avvenire, specialmente quando si è, come te, maestri di quella dialettica, che non solo dispensa ogni cosa, ma che tutto sa annullare e scomporre. La facoltà dello spirito che veramente ti manca è la memoria, la memoria per la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto. Se tu l’avessi, lo stesso fenomeno nella tua vita non si ripeterebbe tanto sovente, essa non mostrerebbe tanti di quelli che io chiamerei lavori di mezz’ora, perché li posso chiamare così anche se hai impiegato mezz’anno per compierli, perché non li hai finiti. Se tu fossi sempre forte come lo sei nei momenti di passione, ma non lo sei. È per questo che ti ritiri, ti nascondi quasi a te stesso e ti torni a riposare nell’indolenza. Tu temi sempre la continuità, e presumibilmente perché essa ti deruba della possibilità di tradire te stesso. Tu aleggi sempre sopra te stesso, ma l’etere superiore, il sublime finissimo, nel quale sei evaporato, è il nulla della disperazione. Più ti si conosce, più ci si stupisce dell’intelligenza calcolatrice che pervade tutto quello che fai nel breve tempo che dura la tua passione; poiché la passione non ti acceca mai, ti rende solo più avveduto. Quando hai fatto brillare davanti agli occhi di qualcuno una figura ideale, ti ritiri prudentemente, divertito di averlo gabbato.

Ogni concezione di vita estetica è disperazione, perché si fonda su ciò a cui è essenziale l’essere. L’estetica è nell’uomo ciò per cui egli spontaneamente è quello che è; l’etica è quello per cui l’uomo diventa quello che diventa. Con questo non affermo affatto che chi vive esteticamente non si evolve; ma si evolve con necessità, non con libertà; in lui non avvengono metamorfosi con moti infiniti, con cui arrivare al punto partendo dal quale egli diventa quello che diventa. L’evoluzione estetica assomiglia allo sviluppo delle piante, e benché l’individuo divenga, diviene solo quello che è spontaneamente. [Invece], chi considera la personalità eticamente, pone subito una differenza assoluta, quella cioè tra bene e male; e se in sé trova più male che bene, ciònon significa che il male è quello che deve avere il sopravvento. Quando poi l’individuo si evolve eticamente, diviene ciò che diviene; poiché allora, anche se egli permette che l’estetica in lui abbia il suo valore, nondimeno essa è detronizzata. Inoltre il male non ha forse mai un aspetto più seducente di quanto appare così sotto determinazioni estetiche; occorre un alto grado di serietà etica per non voler mai accogliere il male in categorie estetiche.

L’errore principale starebbe nel fatto che egli, nel senso più rigoroso, non ha scelto se stesso: avrebbe sì scelto se stesso ma al di fuori di sé: avrebbe inteso lo scegliere in un modo del tutto astratto e non avrebbe afferrato se stesso nella propria concretezza; non avrebbe scelto in modo da diventare se stesso nella scelta, da vestire sé di se stesso, avrebbe scelto se stesso secondo la sua necessità, non nella sua libertà; avrebbe preso la scelta etica in modo estetico o superficiale. Egli non ha scelto se stesso; come Narciso si è innamorato di se stesso.