Archive for the 'Galimberti' Category

Umberto Galimberti, 2006

22 febbraio 2010

Più la società diventa complessa e più i problemi che la tecnica ci pone sono sostanzialmente al di fuori della portata della competenza. Così la democrazia finisce per incompetenza e ha il sopravvento la retorica, dove io decido su base di appartenenza ideologica, credi generici, sensibilità emotive ma non per competenza.

Democrazia e retorica »

Umberto Galimberti, 1992

26 giugno 2007

Gli individui sono sempre meno leggibili per quel che sono e sempre più per quel che fanno e per come lo fanno. La funzionalità ha divorato l’identità; e il riconoscimento da parte degli altri, condizione essenziale per mantenere la propria identità, avviene sempre di più sul posto di lavoro (o di funzionamento) e sempre meno a livello sociale. Se per la ragione antica era possibile conoscere gli individui dalle loro azioni, perché queste erano lette come manifestazioni della loro soggettività intesa come funzione decisionale, oggi le decisioni dell’individuo non sono più leggibili come espressioni della rispettiva soggettività, ma come possibilità calcolate dal sistema che non solo le prevede ma addirittura le prescrive nella forma della loro esecuzione. A questo punto non è più possibile attribuire le azioni ai soggetti, ma se mai i soggetti al sistema di azioni previsto come possibile. L’individuo non diviene ciò che è, ma sceglie all’interno di quanto è anticipatamente predisposto. Se qui non cade la sua scelta, la sua azione non diventa leggibile e, in quanto illeggibile, si iscrive nella follia. Nel contesto dominato dalla razionalità dell’apparato la follia non è più lacerazione dell’anima, il suo sconnesso articolarsi, la scissione della sua unità sostanziale, ma lo stesso pensarsi come individui in grado di individuarsi, cioè di diventare ciò che, in fondo all’anima, si è.

Umberto Galimberti

28 novembre 2006

Le scuole, non solo in Europa, ma in ogni parte del mondo sono state istituite dall’ordine religioso (sia esso cattolico, musulmano, ebraico, buddhista, taoista), il quale è persuaso di possedere la verità e di avere solo il compito di trasmetterla a quei vasi vuoti (vasum receptionis, diceva Paolo di Tarso) che sono le menti dei giovani. Di qui la loro passività nell’apprendimento, loro disinteresse, la loro demotivazione. Solo in Grecia, 2500 anni fa, con la nascita della filosofia, si affacciò un nuovo metodo che, in contrapposizione a quello “catechetico” che si pratica in ambito religioso dove si presume di possedere la verità, prese il nome di metodo socratico. Socrate, a differenza dei sapienti, riteneva di non possedere alcun sapere (sophia), ma solo amore per il sapere (philosophia), ossia di un buon metodo di ricerca per rinvenirlo, non cessando di interrogare e mettere in crisi le opinioni diffuse e condivise, ma mai verificate. Era il primo abbozzo del metodo scientifico, che rifiuta l’autorità perché questa paralizza e rende vana la ricerca. Se vogliamo costruire la testa ai nostri giovani dobbiamo stimolare in loro, in primo luogo, non tanto l’apprendimento quanto la ricerca, che si combina con la naturale curiosità giovanile, su cui si radica l’interesse, della cui carenza gli insegnanti sono soliti lamentarsi ogni volta che parlano con i genitori. Ma che interesse può avere uno studente per un sapere che gli si offre come già costituito senza il suo anche minimo contributo? E ancora, che atteggiamento critico può acquisire studente se in tutti gli ordini di scuola che frequentato non gli è mai stata data la possibilità di interrogare il sapere costituito, ma solo di acquisirlo per poi riferirne nei termini in cui gli è stato insegnato? Nel metodo catechetico, invece che socratico, io vedo il peggior male della scuola e la sua funzionalità al potere, che meglio può governare se nessuno si pone domande e supinamente accetta tutto ciò dall’alto gli viene detto.

Umberto Galimberti, 2006

17 novembre 2006

Sempre meno sono quelli in grado di usare il pensiero e il sentimento, per cui, peggio dei cerebrolesi e dei cardiolesi, vivono solo di sensazioni, trasformando il loro corpo in un laboratorio di esperimenti sensoriali ad alta intensità. Libertà caotica che polverizza e affoga ogni progetto e immette in quella corrente di desiderio cieco che porta a fare qualsiasi cosa senza sapere che cosa esattamente si deve fare, in quel perfetto stordimento dei sensi a cui si chiede solo di affogare la coscienza di sé.

Umberto Galimberti, 2004

2 novembre 2006

Nell’età della tecnica, l’amore ha cambiato radicalmente forma. Da un lato è diventato l’unico spazio in cui l’individuo può esprimere davvero se stesso, al di fuori dei ruoli che è costretto ad assumere in una società tecnicamente organizzata, dall’altro lato questo spazio, essendo l’unico in cui l’io può dispiegare se stesso e giocarsi la sua libertà fuori da qualsiasi regola e ordinamento precostituito, è diventato il luogo della radicalizzazione dell’individualismo, dove uomini e donne cercano nel tu il proprio io, e nella relazione non tanto il rapporto con l’altro, quanto la possibilità di realizzare il proprio sé profondo, che non trova più espressione in una società tecnicamente organizzata, che declina l’identità di ciascuno di noi nella sua idoneità e funzionalità al sistema di appartenenza. Per effetto di questa strana combinazione, nella nostra epoca l’amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma, attraverso l’altro, la realizzazione di sé. [E] dove il diritto del sentimento è considerato assoluto e divinizzato come unica e autentica via per la realizzazione di sé, che cosa ci difende dalla natura del sentimento che ha come sue caratteristiche l’instabilità e la mutevolezza? Nulla. E perciò in amore costruzione e distruzione avvengono insieme, esaltazione e desolazione camminano affiancate, realizzazione di sé e perdita di sé hanno intimi confini. E in primo piano, naturalmente, non c’è l’altro, ma se stesso. Si tratta di tensioni tra forze incomponibili che agitano il fragile terreno delle nostre vicende emozionali, lacerate tra le avventure del desiderio e il richiamo della casa, tra il bisogno di trascendenza, in cui propriamente consiste la natura dell’uomo che il desiderio alimenta, e il tenore di perdere protezione, stabilità e sicurezza, da cui l’uomo non può prescindere.

Umberto Galimberti, 2000

1 novembre 2006

Le istanze del conformismo e dell’omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per toglier di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come un tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sé come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica. E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda a un solo effetto: attuare l’omologazione della società fin nell’intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo. In fondo non è un’operazione difficile. Basta “non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”, che tradotto significa: “sono completamente esposto”, “non custodisco nulla di intimo”, “sono del tutto depsicologizzato”, ma in compenso ho guadagnato appariscenza, conformità sociale e forse qualche apprezzamento per il mio coraggio e la mia sincerità. A questo punto scopriamo che di intimo c’è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà che ciascuno di noi cerca di nascondere per non essere trascurato dagli altri, da loro tralasciato. E così proprio ciò che avrebbe massimamente bisogno di comunicazione (il dolore, la malattia, la povertà) resta chiuso nel segreto della solitudine, dove nessuna voce giunge a diluire quel che la solitudine rende insopportabile. E poi ci si meraviglia del numero sempre più impressionante di suicidi, quando una voce inespressa decide di tacere per sempre. Qui inquietante non è il suicidio, ma la nostra meraviglia. Abbiamo capovolto il senso del pudore a cui abbiamo dato da custodire non più la nostra intimità, in cui si radica la nostra identità personale e la nostra libertà, ma il fondo opaco e buio del nostro dolore, reso addirittura inespressivo per l’impossibilità di comunicarlo. In questo caso non c’è né conformismo né omologazione, ma la difesa ostinata di un silenzio per non privarsi almeno di quelle conversazioni insincere, che del dolore, della malattia, della povertà non vogliono saper nulla, ma proprio nulla.