Archive for the 'Deleuze' Category

Gilles Deleuze, 1980

11 luglio 2008

Un libro non ha né oggetto né soggetto, è fatto di materie diversamente formate, di date e di velocità molto differenti. In un libro, come in ogni cosa, ci sono linee di articolazione o di segmentarità, strati, territorialità; ma anche linee di fuga, movimenti di deterritorializzazione e di destratificazione. Non c’è differenza tra ciò di cui un libro parla e la maniera in cui è fatto. Il libro non ha più nemmeno oggetto. In quanto concatenamento, è se stesso solamente in connessione con altri concatenamenti, in rapporto con altri corpi senza organi. Non si domanderà mai quel che un libro vuole dire, significato o significante, non si cercherà niente da capire in un libro. Scrivere non ha niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire. Il libro non è un’immagine del mondo secondo una credenza radicata. Fa rizoma con il mondo, c’è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del
mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazione del libro, che si deterritorializza a sua volta in se stesso e nel mondo (se ne è capace
e se può farlo).

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Gilles Deleuze, 1968

12 dicembre 2006

Quanto più si ripete il proprio passato tanto meno ci se ne ricorda, meno si ha coscienza di ricordarsene – ricordate, elaborate il ricordo, per non ripetere. Io non ripeto perché rimuovo. Rimuovo perché ripeto, dimentico perché ripeto. Rimuovo perché, innanzitutto, non posso vivere certe cose o certe esperienze se non nel modo della ripetizione. Io sono portato a rimuovere ciò che mi impedirebbe di viverle così: vale a dire la rappresentazione che media il vissuto rapportandolo alla forma di un oggetto identico o simile. Non si guarisce dunque per semplice amnesia, così come non si è malati di amnesia. Qui come altrove, la presa di coscienza è poca cosa. L’operazione, ben altrimenti teatrale e drammatica attraverso cui si guarisce e anche non si guarisce, porta un nome, quello di transfert. E il transfert fa ancora parte della ripetizione, più che mai della ripetizione. Se la ripetizione ci rende malati, è anche in grado di guarirci; se ci incatena e ci distrugge, può anche liberarci, attestando nei due casi del suo potere demoniaco. Tutta la cura è un viaggio al fondo della ripetizione. Invero nel transfert c’è qualcosa di analogo alla sperimentazione scientifica, in quanto si presuppone che il malato ripeta l’insieme del suo stato di turbamento in condizioni artificiali privilegiate, prendendo per oggetto la persona dell’analista. Persino nella natura, le rotazioni isocrone sono soltanto l’apparenza di un movimento più profondo, i cicli di rivoluzione non sono se non degli astratti; messi in rapporto, rivelano cicli di evoluzione, spirali a ragione di curvatura variabile, la cui traiettoria ha due aspetti dissimmetrici come la destra e la sinistra.

Gilles Deleuze, 1968

6 novembre 2006

La contraddizione non è l’arma del proletariato, ma piuttosto il modo in cui la borghesia si difende e si conserva, l’ombra dietro cui mantiene la propria pretesa di decidere dei problemi. Non si risolvono le contraddizioni, ma si disperdono, impadronendosi del problema che non faceva che proiettare in esse la sua ombra.

Gilles Deleuze, 1968

8 ottobre 2006

Due linguaggi: il linguaggio delle scienze, dominato dal simbolo di uguaglianza, e dove ogni termine può essere sostituito da altri termini; il linguaggio lirico, di cui ogni termine, insostituibile, può essere soltanto ripetuto. Sotto ogni aspetto, la ripetizione è la trasgressione. Essa pone in questione la legge, ne denuncia il carattere nominale o generale, a vantaggio di una realtà più profonda e più artistica. La ripetizione appartiene allo humour e all’ironia; essa è per natura trasgressione, eccezione, poiché esibisce sempre una singolarità contro i particolari sottomessi alla legge, un universale contro le generalità che fanno legge. La ripetizione si dice di elementi realmente distinti e che, tuttavia, hanno rigorosamente lo stesso concetto. La ripetizione appare dunque come una differenza, ma una differenza assolutamente senza concetto, in tal senso differenza indifferente. Io non ripeto perché rimuovo. Rimuovo perché ripeto, dimentico perché ripeto. Rimuovo perché, innanzitutto, non posso vivere certe cose o certe esperienze se non nel modo della ripetizione. Io sono portato a rimuovere ciò che mi impedirebbe di viverle così: vale a dire la rappresentazione che media il vissuto rapportandolo alla forma di un oggetto identico o simile. Il nostro problema riguarda l’essenza della ripetizione. Si tratta di sapere perché la ripetizione non si lascia spiegare con la forma di identità nel concetto o nella rappresentazione, in che senso essa esiga un principio “positivo” superiore. Non apprendiamo nulla da chi ci dice di fare come lui. I nostri soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro e che, anziché proporci gesti da riprodurre, hanno saputo trasmettere dei segni da sviluppare nell’eterogeneo. Ci troviamo dunque davanti a due problemi: qual è il concetto della differenza – che non si riduce alla semplice differenza concettuale, ma che reclama un’Idea propria, come una singolarità nell’Idea? E d’altra parte, qual è l’essenza della ripetizione – che non si riduce a una differenza senza concetto, né si confonde col carattere apparente degli oggetti rappresenati sotto uno stesso concetto, ma attesta a sua volta la singolarità come potenza dell’Idea?