François Jullien, 2006

19 settembre 2008

Al di sotto di ogni «divisione» va ricercato l’indiviso, proprio come al di sotto di ogni discussione va ricercato l’indiscusso: quel fondo di armonia silenziosa dai cui provengono tutte le divisioni – da cui provengono tutti i suoni – e che costituisce anche il loro fondo d’intesa, solo a partire dal quale esse si comprendono.

Portare l’attenzione a non focalizzarsi e, di conseguenza, favorire una «distensione» dell’apprensione: infatti è nella «disinvoltura» che risiede l’intelligenza.

Parlare senza parole »

L’insapore è il sapore appena pronunciato, non eccessivamente marcato, non ancora abbastanza attualizzato da potersi disgiungere (contrapponendo lo zuccherato e il salato, il dolce e l’amaro ecc., così da indurre a privilegiare l’uno a scapito dell’altro); è il sapore che, di conseguenza, non affonda nella parzialità, non si rinchiude nella propria specificità, né diventa insistente. In virtù della sua non-demarcazione, l’insapore è il sapore del vuoto e del fondo naturale. Proprio per questo esso è il sapore intrinsecamente «paritario», che rimane aperto all’una quanto all’altra possibilità e che, grazie alla sua disponibilità, si presta al più lungo itinerario della saporazione, quello del «sapore oltre il sapore», al di là di ogni sapore isolato, marcato e, di conseguenza, limitato. Allo stesso modo (ma questo «stesso» ha un valore più che analogico) la parola che dice «appena», che accosta senza dispiegare apertamente, è quella che «dice» nel modo più completo, preservando l’implicito autodispiegamento di tutti i «così»: senza disciplinarli, senza amplificarli e senza che si danneggino a vicenda. Infatti queste condizioni sono collegate e si danno il cambio: è rimanendo a questo stadio incoativo che la parola si mantiene paritaria. Evitando di volgere in una direzione o nell’altra essa può (lasciar) esprimere il «così come viene» di ciascun aspetto, lasciando avvertire, sulla soglia della propria differenza, il proprio fondo indifferenziato. Infatti, se da una parte vi sono queste opposizioni che costituiscono il mondo mettendolo in tensione attraverso la contraddizione – il «facile» e il «difficile», il «lungo» e il «corto», l’«alto» e il «basso» ecc., e in primo luogo il «c’è» e il «non c’è» -, sappiamo anche che il carattere specifico di ogni com-prensione, della saggezza o della poesia, consiste nel non perdere di vista come questi contrari si generino vicendevolmente e, mantenendoli indissociati, poter cogliere l’uno attraverso l’altro: senza cioè che l’uno venga rinchiuso in un’entità definita sulla base del suo opposto e bloccato nel suo slancio spontaneo – così come viene da sé. Il loro carattere «relativo» non è quindi fonte di scetticismo (i loro in-sé si annullano reciprocamente: delusione dell’ontologia) ma permette, a partire dal loro fondo «comunicante», di raggiungere ciò che significa tao, ovvero il reciproco movimento dei loro avventi. Tutti questi opposti «hanno la stessa origine» o, in altre parole, «passano dalla stessa porta»: «è per questo che non possiamo accedervi evocandoli in modo parziale». Solamente se presi «tutti insieme» e non in maniera isolata essi «mostrano» «ciò che viene così di per sé». Non scegliendo un orientamento, non disgiungendo o, non «individuando il proprio obiettivo» ma lasciando invece avvertire la neutralità del fondo della natura, il carattere insapore della parola è l’unico in grado di rispettare e allo stesso tempo di assecondare il divenire correlato di tutti i «così», che continuamente si producono e si diversificano.

Se è vero che io e il mondo formiamo un’unità, come può esserci parola (da parte mia, sul suo conto)? Ma d’altro canto, non appena pronuncio questo «uno», come può non esserci già parola? Dal momento che non posso dire l’unità fondamentale senza operare subito una scissione tra essa e la parola che la dice, e dato che non posso neanche rimanere innocentemente senza parole per il semplice fatto che la mia parola ha già detto questa unità e, perciò, mi trovo implicato sin dall’inizio in questo dire impraticabile, l’unica soluzione non è tacere ostinatamente ma iniziare a dire diversamente.

Solamente il carattere insapore del «dire in accordo» può risolvere la questione: tale dire rinuncia immediatamente a ogni estensività (descrittiva, narrativa: così come essa si rivela specifica all’oggetto) e, grazie alla sua allusività, mantiene nell’uguaglianza fondamentale quell’unità essenziale – o piuttosto naturale – che non verrà mai più abbandonata. In questo modo, non dice più ‘di fronte’, in maniera esauriente – il che risulta impossibile -, ma indirettamente, in maniera indiziale, rinviando a partire da un qualsivoglia dire alla globalità implicita dell’indifferenziato. Così facendo, invece di non riuscire mai, alla fine, a dire (correndo dietro a ciascun «questo», e di «questo» in «questo»), il dire in accordo si trova già – «appena» dice – a dire in modo completo, poiché non-separato. Facendo «comunicare nell’unità», esso evoca continuamente, a ogni «così», questa integrità del mondo.

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