Rainer Maria Rilke, 1910

18 luglio 2008

Quando si parla degli eremiti si presume sempre troppo. Si pensa che la gente sappia di cosa si tratta. No, non lo sa. Non ha mai visto un eremita, lo ha soltanto odiato senza conoscerlo. Sono stati i suoi vicini a logorarlo, e le voci nella stanza accanto a tentarlo. Hanno aizzato le cose contro di lui perché facessero rumore e lo soverchiassero. I bambini si coalizzavano contro di lui, perché era delicato e bambino, e ogni volta che cresceva cresceva contro i già cresciuti. Lo braccavano nel suo nascondiglio come una preda, e la sua lunga giovinezza non conobbe periodi di tregua. E se resisteva allo sfinimento riuscendo a fuggire, allora gridavano contro quanto veniva da lui, lo definivano brutto e lo rendevano sospetto. E se lui non vi prestava ascolto, diventavano più sfrontati e mangiavano il suo cibo e respiravano la sua aria e sputavano sulla sua povertà per rendergliela ripugnante. Gettavano su di lui il discredito come su un appestato e gli scagliavano addosso le pietre perché si allontanasse più in fretta. E avevano ragione, nel loro istinto primitivo: perché egli era davvero il loro nemico. Ma poi, vedendo che non alzava lo sguardo, cominciarono a riflettere. Sospettarono d’aver fatto, in questo modo, proprio la sua volontà; di averlo rafforzato nella sua solitudine e aiutato a isolarsi da loro per sempre. Allora cambiarono all’improvviso e ricorsero al mezzo ultimo, estremo, l’altro ostacolo: la fama. E a quel chiasso quasi tutti alzarono gli occhi e si lasciarono distrarre.

Ancora non capivo la fama, questa pubblica demolizione di un essere in divenire, nel cui cantiere la folla irrompe per scompaginargli le pietre. O giovane sconosciuto in cui cresce qualcosa che ti fa rabbrividire, rimani ignoto. E se ti contraddicono quelli che non ti considerano, se ti abbandonano quelli che tu frequenti, se ti vogliono annientare a causa dei pensieri che ami, cos’è questo rischio palese e rinsaldante paragonato alla scaltra ostilità della fama, che più tardi, diffondendoti, ti rende inoffensivo? Non pregare nessuno di parlare di te, neppure in tono dispregiativo. E se il tempo passa e ti accorgi che il tuo nome si è propagato tra la gente, non prenderlo più seriamente di quanto altro trovi sulle loro bocche. Pensa: è diventato scadente, liberatene. Scegline uno diverso, uno qualsiasi con cui Dio possa chiamarti di notte. E celalo a tutti. Tu, il più solitario, il più appartato, come hanno rincorso la tua fama. Quanto tempo è passato da quando erano contro di te, irriducibili, e ora
ti frequentano come un loro simile. E portano con sé le tue parole nelle gabbie della loro boria e le mettono in mostra sulle piazze e le aizzano
un po’ restando al riparo. Tutte le tue terribili belve.

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