Giorgio Agamben, 2002

14 marzo 2008

Lo studio è in sé interminabile. Lo studio non soltanto non può propriamente aver fine, ma nemmeno desidera averla. L’etimologia del termine studium si fa trasparente. Esso risale a una radice st– o sp-, che indica gli urti, gli chocs. Studiare e stupire sono, in questo senso, parenti: chi studia è nella condizione di chi ha ricevuto un urto e rimane stupefatto davanti a ciò che l’ha colpito, senza riuscire a venirne a capo e, insieme, impotente a staccarsene. Lo studioso è, cioè, sempre anche uno stupido. Ma se, da una parte, egli se ne sta così attonito e assorto, se lo studio è essenzialmente patimento e passione, dall’altra l’eredità messianica che esso contiene lo spinge invece incessantemente alla conclusione. Questo festina lente, quest’alternanza di stupore e di lucidità, di scoperta e di smarrimento, di passione e di azione è il ritmo dello studio.

Questo spiega, anche, la tristezza dello studioso: nulla è più amaro di una prolungata dimora nella potenza. La fine dello studio può non sopraggiungere mai – e, in questo caso, l’opera rimane per sempre allo stadio di frammento e di scheda – o, anche, coincidere col momento della morte, in cui quella che sembrava un’opera compiuta si rivela come semplice studio.

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