È costitutivamente una situazione precaria, in equilibrio instabile: ognuno può credere solo a quello che ritiene vero interiormente – e, al tempo stesso, ognuno pensa e compie scelte solo essendo già all’interno di certi rapporti con gli altri che lo orientano verso determinate opinioni. Ognuno è solo e nessuno può fare a meno degli altri, non solo per utilità – che non è qui in questione -, ma per la sua stessa felicità. Non c’è una vita in comune che ci liberi del fardello di noi stessi, che ci dispensi dall’avere un’opinione – e non c’è vita interiore che non sia una prima prova delle nostre relazioni con l’altro. In questa situazione ambigua in cui siamo gettati per il fatto di avere un corpo e una storia personale e collettiva, non possiamo trovare risposte assolute. Dobbiamo senza tregua lavorare per ridurre le divergenze, per spiegare le nostre parole fraintese, per manifestare quel che di noi è nascosto, per percepire l’altro. La ragione e l’accordo degli spiriti non sono dietro bensì davanti a noi, almeno si suppone, e noi siamo incapaci sia di raggiungerli definitivamente che di rinunciarvi.