Ciò che si oppone alla definizione dell’uomo non è qualcosa di irrazionale, ma il fatto dell’azione umana, quell’azione attraverso la quale l’uomo di fatto si definisce continuamente e determina quello che è in ogni occasione. In questa incessante definizione di sé che l’uomo offre agendo, è inutile fare appello al principio d’ordine ed esigere l’arresto di un istante per porre le domande di una definizione «autentica» e per stabilire chi è l’uomo in senso «proprio». Non c’è nulla di più sospetto di questa «proprietà» o «autenticità»
Chi pone il problema della definizione è l’inattivo, colui che compromette la trasformazione reale e pone questo problema, in un certo senso, in modo retroattivo: invece di definirsi effettivamente e di fare di sé qualcuno, egli dice: «chi sono propriamente?». Fino a quando e nel mentre si pone tale domanda, egli, per usare un’iperbole, non è assolutamente nulla: è dunque ciò che lui o un altro, con l’aiuto di una vecchia definizione pratica, ha fatto di lui.
La problematica fa dell’autonomia una definizione di sé e, mentre insegna all’uomo ad inseguire «ciò che egli propriamente è», l’abbandona nelle mani di coloro che hanno interesse a metterlo in riga, e gli fa perdere la sua libertà.